La città antica

Tarquinia (etrusco Tarchna) è una delle quattro metropoli dell’Etruria meridionale e viene individuata da un filone della tradizione all’origine stessa del processo di formazione del popolo etrusco. Fonti antiche (Cicerone, Ovidio, Giovanni Lido) raccontano come da un solco in un campo arato nel territorio tarquiniese sia apparso Tages (Tagete), fanciullo divino di grande saggezza e virtù profetiche, che agli Etruschi avrebbe trasmesso l’etrusca disciplina, l’arte di predire il futuro e le norme di carattere rituale fondanti l’identità culturale della nazione etrusca.

Il mito sembra conoscere una felice concordanza con la documentazione archeologica relativa alle fasi più antiche del centro, in quella fase convenzionalmente definita “villanoviana” che corrisponde all’etnogenesi del popolo etrusco. Straordinaria è, in questo periodo, la ricchezza e complessità delle testimonianze, in particolare delle necropoli (Arcatelle, Poggio Selciatello, Selciatello sopra, Le Rose, Villa Bruschi Falgari), cui, nel corso degli anni, si aggiungono i dati delle ricerche di scavo e ricognizione topografica intraprese nelle aree di abitato (Civita, pianoro dei Monterozzi, Poggio Cretoncini). Soprattutto dalla fine del IX – inizi dell’VIII secolo a.C. (in termini di cronologia convenzionale) Tarquinia rivela l’inserimento in molteplici relazioni a medio e lungo raggio (con il Lazio meridionale, l’Italia meridionale, il mondo nuragico), nonché elementi indicativi di una incipiente preminenza culturale (e politico-economica), per esempio nella precoce attestazione di nuove pratiche legate al “simposio”, nell’immagine di una sempre più articolata compagine sociale, nonché nel peculiare sviluppo di una plastica fittile e di un repertorio decorativo afferente un complesso patrimonio ideologico/religioso.

Tale ricchezza culmina al trapasso nella fase cosiddetta Orientalizzante nell’emergere di una stratificazione sociale ormai consolidata e nel fiorire di produzioni artigianali e relazioni, commerciali e culturali, prevalentemente legate all’ambiente vulcente-visentino, ma anche con gli altri centri etruschi tirrenici, secondo direttrici di traffico che sembrano privilegiare la via marittima. Forti si mostrano i legami con l’area coloniale campana (greca ed etrusca), crocevia di interscambio essenziale per quegli influssi euboici, fenicio-ciprioti, corinzi ed attici che vivificano, e modificano, il tessuto sociale e produttivo locale. È questo il momento in cui si pone lo straordinario rinvenimento, nell’area della Civita, del deposito rituale di una ascia, un lituo e uno scudo in bronzo, interpretato quale atto fondativo formalizzato del centro urbano. Seguono manifestazioni monumentali peculiari quali le imponenti strutture teatriformi dei grandi tumuli gentilizi distribuiti nelle campagne intorno alla città e, allo scorcio del VII secolo, una fase generalmente interpretata di declino, ma che le più recenti ricerche portano, almeno parzialmente, a riconsiderare.

È infatti l’epoca nella quale la tradizione pone l’arrivo a Tarquinia di Demarato, ricco commerciante della città greca di Corinto, con il suo seguito di artigiani cui gli Etruschi devono la trasmissione di diverse arti, prima tra tutte la coroplastica, l’arte di modellare la terracotta, necessaria per esempio perchè si possa passare dal tipo di abitazione a capanna, con tetto stramineo, a veri e propri edifici con tetti di tegole e coppi. Demarato è il padre di Lucumone, che con il nome di Tarquinio Prisco diviene il primo re etrusco di Roma: indice di un rapporto tra i due centri cui porta sostegno l’attestazione del nome Spurianas su una tessera hospitalis, rinvenuta ai piedi del Campidoglio, evocante gli Spuriana titolari della tomba dei Tori ai Monterozzi e ancora attestati, nella variante Spurinna, in iscrizioni di epoca romana imperiale dal tempio dell’Ara della Regina.

L’Orientalizzante recente è in ogni caso una fase in cui nasce il fondaco di Gravisca, aperto alla presenza di elementi greci, si sviluppano tipiche produzioni locali (bucchero a cilindretto e a stampo, ceramica etrusco-corinzia, lastroni a scala, lacunari in bronzo) e si segnala la prima attestazione nell’ambito della pittura funeraria (tomba delle Pantere), anticipatrice della eccezionale stagione delle tombe dipinte che Tarquinia vivrà dal 530 a.C. circa, con una sostanziale continuità fino al periodo ellenistico (IV-III sec. a.C.).

Il ruolo di Tarquinia nel corso del V secolo è con tutta probabilità parzialmente oscurato dalle norme suntuarie, e dalle trasformazioni socio-politiche interne alla comunità, ma ciò non ha impedito che si sia ipotizzata una collocazione del centro al vertice della stessa dodecapoli etrusca, incentrata su quel tempio dell’Ara della Regina che successivamente conoscerà le forme monumentali con il quale ci è giunto.

Ruolo che Tarquinia potrebbe comunque aver assunto prima di cedere alla conquista romana, nella sua ultima fase di fioritura, quando assistiamo allo sviluppo di tipiche realtà produttive (sarcofagi, ceramiche locali), che lasciano però ben presto campo a una produzione di respiro limitato, volta essenzialmente a soddisfare immiserite esigenze locali.